Ogni anno, il 28 aprile, ci fermiamo a parlare di salute e sicurezza sul lavoro.
Tutti ci dovremmo domandare perché dedichiamo solo una giornata, anche se mondiale, per la Salute e la
Sicurezza sul lavoro. Ma il vero interrogativo è: perché solo un giorno? Forse perché il resto dell’anno,
troppo spesso, dimentichiamo che di lavoro si muore.
E questo, semplicemente, non dovrebbe succedere.
I numeri parlano chiaro: L’INAIL ha registrato 97 morti nei primi due mesi del 2025.
Non sono solo cifre. Sono persone, storie spezzate, comunità lavorative e famiglie che non saranno più le
stesse.
Dal 2021 ad oggi, oltre 3.300 lavoratori non sono più tornati a casa. A questi si aggiungono 1.075 morti in
itinere, nel tragitto casa-lavoro. Una cittadina intera scomparsa nel silenzio.

Nel frattempo, le malattie professionali continuano a crescere: quasi 15.000 casi nei soli primi due mesi del
2025. Come se fossimo ancora inconsapevoli dei rischi per la salute nei luoghi di lavoro. Eppure, da
Ramazzini in poi, dalla fine del 1600, non abbiamo più scuse.
E ancora ci chiediamo se valga la pena investire in prevenzione?

La verità è semplice: prevenire è un atto di civiltà. È rispetto per chi lavora, per chi produce, per chi vive.
Eppure, finché non riconosceremo che valutare un rischio ha la stessa dignità – se non maggiore – di una
cura medica, continueremo a contare i morti.
Non per caso. Ma per mancanza di cultura.
Serve un cambio di passo. Serve un modello di prevenzione serio, concreto, che metta al centro la salute
come diritto. Occorre far piazza pulita di troppi imbonitori e ciarlatani, dei tanti pseudo-consulenti che
lucrano solo sugli obblighi legislativi, senza aggiungere nulla alla crescita culturale e sociale delle comunità
lavorative.